Amleto


da William Shakespeare
adattamento e regia Maria Grazia Cipriani
scene e costumi Graziano Gregori
suoni Hubert Westkemper
luci Angelo Linzalata
foto di scena Filippo Brancoli Pantera


Attori

Alex Sassatelli

Elsa Bossi

Giacomo Vezzani

Giacomo Pecchia

Nicolò Belliti

Carlo Gambaro

Jonathan Bertolai

Appunti di regia

Appunti per una messa in scena

Proveremo a leggere il testo nella prospettiva del protagonista, con le altre figure, fantasmatiche o reali, filtrate dalla sua sensibilità o dalla sua immaginazione: proiettando il dramma come in un sogno… in una riscrittura che attraverso spostamenti, cesure e montaggi caratterizzi una struttura che pur dal taglio quasi cinematografico, metta in evidenza o infranga ogni convenzione teatrale, sempre sovrapponendo moto tragico a moto comico e che lasci l'interpretazione psicanalitica come quella politica visibili in trasparenza, per mettere in luce il dramma dell'uomo oppresso da pensieri sul senso dell'esistenza: solo con i fantasmi, il dubbio, l'essere o non essere…

Dalla creazione in corso, Gennaio 2010

La scena è rotta da pannelli purpurei, un rosso che risucchia e risputa un bianco di personaggi, ne svela dalle morbide fessure frammenti improvvisi o insinuanti, al ritmo disarmonico di una mente turbata… Alle spalle di Amleto un canto di Gertrude e un ghigno di Re, davanti a sè un teatrino in miniatura con i personaggi del dramma che vanno svanendo ad ogni colpo mortale, e lo Spettro dentro… il Principe galleggia in un presente dilaniato tra misfatto subìto e ingannevole follia… "fragilità, il tuo nome è femmina"

Irrompe un frastuono lussurioso all'eco lontana di festini e battaglie, personaggi ebbri di vita si spengono nella loro nudità ai fianchi della scena… Entrano gli attori, accade la pantomima, turbamento e divertimento, odore di vendetta che si fa strada e che non verrà consumata… Pioggia di petali che ingoia Ofelia, danza di scheletri, preludio al duello finale, climax in scala di marionette che irrompe in dramma su scala umana…




Recensioni

Amleto stupendo mentre gioca a scacchi - La Repubblica

Franco Quadri

Maria Grazia Cipriani ha riscritto l’Amleto per il Teatro Del Carretto leggendolo come un diario del protagonista rivissuto con passione e fantasia da Giandomenico Cupaiuolo davanti alla scacchiera della vicenda. La quale è pure un teatrino d’attori e pupazzi, sullo sfondo di un gommoso recinto rossastro ideato da Graziano Gregori, in cui il pensiero e l’azione si rincorrono in dubbio tra essere o non essere. E mentre ritornano note verdiane – e non solo – nelle registrazioni di Hubert Westkemper, l’Ofelia di Elsa Bossi (che è pure Gertrude) muore colpita da corolle di fiori. E alla fine di una serata memorabile, i personaggi si sdoppiano prima che il protagonista evochi la strage finale in una partita di dama giocata con se stesso.              

Amleto - L'unità

Rossella Battisti

Il Teatro è play. Ce lo ricorda meravigliosamente il Teatro Del Carretto col suo Amleto, trasformato in gioco autistico a prospettiva unica. Quella del protagonista (un intenso Giandomenico Cupaiuolo) che si relega in un angolo con i suoi burattini, intento a raccontare e raccontarsi una storia. Attore e regista di sé e degli altri, in una stanza della mente contornata di pannelli rossi che si squarciano rivelando folgoranti visioni. Lo Shakespeare in pillole creato dal Carretto è una favola grottesca, un sogno pazzo che si ricompone come un mosaico perfetto. E’ un Amleto che pensa se stesso, che ripercorre ossessivo le sue vicende, le cuce insieme con pensieri ed emozioni, in una trama inevitabilmente tragica. Intorno a lui, i fantasmi che evoca: la madre Gertrude dipinta da regina bianca tratta da un film di Tim Burton, frivola e quasi oscena con la gonna rivoltata in su, purpurea come un sesso aperto, a lasciare in vista le calze a metà coscia. Canta e sgambetta, ubriaca di vita mentre si lascia andare all’orgia-bolgia di re moltiplicati. E c’è Ofelia la casta, fanciullina travolta dalle passioni schizzate di Amleto (la interpreta, alternandosi al ruolo di Gertrude, una versatile e bravissima Elsa Bossi). Figurina esile, catturata al laccio e spogliata della vita prima di assaggiare l’amore. Polonio, impacciato e pieno di tic, frettoloso servo senza midollo. Rosencranz e Guildenstern, ennesime pedine del re usurpatore che vanno incontro al destino saltellando come Pinco e Panco. I guitti che teatreggiano riflettendo play e tragedia in un rispecchiamento infinito, la danza macabra dei personaggi come un fumetto disneyano…Nella mente di Amleto. La regia di Maria Grazia Cipriani miscela sapiente l’ironia al cartoon, la tragedia allo sberleffo. Sposta e scompone ma si puntella all’idea drammaturgica del suo Amleto-fulcro, mentre Graziano Gregori, le apparecchia l’efficace scenografia e i costumi. Il Carretto ci offre così un altro frutto glorioso. Non ha bisogno di effetti speciali o costose apparecchiature per avvicinarsi all’immaginario fantastico di teatrali Avatar o nuove Alici: gli basta restare fedele alla sua artigianalità, fatta di materiali poveri e usi ingegnosi. Esplorando fisicità originali che ridanno alla parola la giusta tensione, le brillanti intuizioni che fanno di questo Amleto un geniale “resumé” dello Shakespeare già andato in scena. E’ questo l’aspetto più interessante della carriera del Carretto – apparentato per un verso a quelle compagnie che hanno fatto la storia recente del nostro teatro (come i Marcido o la Valdoca) e capaci di essersi date uno stile personale – ma al tempo stesso, così sensitivo da mutare impercettibilmente. Scegliere, per dire, un raffinato creatore di suoni come Hubert Westkemper per arricchire i loro paesaggi scenici. Saper diventare più cinematografici di un film, continuando a essere teatro puro. Ecco come si passa dall’artigianalità all’arte.  

Amleto - Lo Schermo

Sara Ricci

Amleto del Teatro Del Carretto: pareti rosse, scheletri e suoni di lame.

Perfino gli scheletri hanno paura di Amleto. Sono l’incarnazione della morte, che sempre arriva e, dunque, della certezza. Di fronte ad Amleto, che è l’incarnazione del loro contrario, cioè del dubbio e dell’incertezza, indietreggiano spaventati, facendosi animo con una grottesca danza macabra. L’Amleto del Teatro Del Carretto è l’ambiguo che devasta, distrugge, spacca, annulla le possibilità di senso: restare alla sua presenza è troppo persino per uno scheletro già disarticolato. La reggia di Elsinore invece da questo ambiguo è disgregata, la morte entra tra le sue pareti acerba come il colpo di taglio di una spada, che entra dalle orecchie, portato dal suono di Hubert Westkemper. Dalle orecchie è arrivata anche la prima morte, quella che origina le ragioni dell’intero dramma: l’assassinio del padre di Amleto, avvelenato inerme in sonno dal perfido fratello, con un veleno versato nel padiglione di un orecchio. Come la prima, tutte le morti in questo Amleto sono senza sangue, senza il fluido sprizzante della vita, senza quel liquido caldo e purpureo che infiamma e riscalda la certezza dell’esistere, che urla la vita quando esce dai corpi per morte violenta. Perché non è questo il centro del senso di questo allestimento. Al centro c’è il tormento nudo dell’indecisione e il freddo grigio della pazzia.

Questa è la causa delle morti nell’Amleto del Teatro del Carretto, splendenti e nette come acciaio. Porpora sanguigna c’è, però: è nelle pareti della scena di Graziano Gregori. Al vedersi quasi piastrelle di ceramica preziosa: al toccarsi, invece, tendaggi di velluto trapuntati. Come fossero l’interno delle camere di un cuore, attraverso cui entrano ed escono i personaggi della reggia e le visioni di Amleto.

Strazia i cuori, Amleto. Strazia il proprio, macerandolo nel dubbio di dar credito alle sue visioni e poi nell’indecisione della scelta del momento più opportuno per rispedire lo zio al creatore. Strazia il semplice cuore del servile Polonio, che chiede “aiuto” e in risposta riceve un pugnale nel petto. Strazia quello della madre Gertrude, che sfugge tra le pareti ma non può fare a meno di prender coscienza di essere immersa nell’incesto. Strazia il cuore e la mente di Ofelia, che impazzisce. Strazia il cuore di Laerte e fa smettere di battere il cuore dello zio, che già fremeva di sdegno per il fratricidio ma continuava a crogiolarsi nel piacere di aver ottenuto la corona. Dentro e fuori dal cuore della scena, rendono possibile il gioco di Amleto Giandomenico Cupaiuolo, Elsa Bossi, Giacomo Pecchia, Giacomo Vezzani, Nicolò Belliti, Jonathan Bertolai e Carlo Gambaro. Nelle scelte corali e nelle splendide occasioni soliste sono un organismo vitale ben coeso, un solo corpo che con molteplici e autonome membra mette in scena tutti gli aspetti inafferrabili di Amleto, senza disperderli né risolverli ma affrontandoli in tutta la loro complessità. Se la compagnia del Teatro Del Carretto ci aveva abituato all’uso di artifici meccanici in scena, pupazzi, botole, fantocci, questa volta la regista Maria Grazia Cipriani ci sorprende limitando il non-umano al minimo e affidando al corpo, al gesto magnetico e alla voce degli attori tutto il dramma. La rappresentazione dell’uomo che emerge dall’Amleto, non può essere portata in scena altrimenti che con la complessità dei veri esseri umani. Nessuna macchina saprebbe arrivare a tanto. In un’ora e mezza il Carretto condensa e distilla tutto Amleto, riempiendo di senso mai scontato le parole del testo shakespeariano, con le duttili voci dei suoi attori e le posture dei loro corpi scolpiti dalle luci e guidati sul palco da dinamiche che seguono regole di drammaturgia cinestesica efficaci oltre ogni parola.