Bella e la bestia


adattamento e regia Maria Grazia Cipriani
scene e costumi Graziano Gregori
suoni Hubert Weskemper
luci Ugo Benedetti
foto di scena Tommaso Le Pera


Attori

Elsa Bossi

Pietro Conversano

Marcello Prayer

Elena Nenè Barini

Gigliola Fuiano

Giacomo Pecchia

Giacomo Vezzani

Appunti di regia

“Bella e la bestia”: una storia senza tempo né volto dove la vita si vede sconvolta da misteriose magie, sparizioni istantanee, trasformazioni terribili: determinata perciò da forze complesse e sconosciute, posta di fronte a scelte elementari di giusto o ingiusto, messa alla prova da percorsi irti d’ostacoli, verso felicità prigioniere di un assedio di mostri.
.....Ed ogni chiave di lettura teatrale non può che abbandonarsi alle suggestioni delle versioni più remote derivate da miti arcaici dove domina la sostanza unitaria del tutto, uomini piante animali, con l’infinita possibilità di metamorfosi di tutto l’esistente.
Perché tutto è metamorfosi in questo racconto dove anche le cose astratte divengono concrete e le sovrasensibili vive e parlanti, dove anche una scultura inerte può animarsi ed un essere umano divenire statua eternamente immobile.
E al centro, la metamorfosi della Bestia e quella di Bella, pregnante di elementi primitivi quali quello dell’amante animale ed elementi più evoluti dal punto di vista sentimentale e psicologico: come l’amicizia di Bella per la Bestia che è una tenera crudelissima lotta contro il terrore - la superstizione - il giudizio secondo l’apparenza - e l’ostinazione della Bestia che chiusa nell’egida dell’orrore e del ridicolo rischia l’odio e l’esecrazione della donna cara sfiorando la disperazione e la morte.

Maria Grazia Cipriani




Recensioni

Bella e la bestia- La Nazione

Francesco Tei

Premessa (forse superflua): scordatevi Disney. Era inevitabile, trattandosi del Teatro Del Carretto, impegnato – dopo il lontano Biancaneve – a riattraversare ora una seconda fiaba, Bella e la Bestia (non la bella e la Bestia, in quanto “Bella” è il nome proprio della ragazza). Il linguaggio del Carretto – che per il debutto ha scelto la sua Lucca, e il teatro del Giglio che coproduce lo spettacolo – non poteva lasciare il posto alle atmosfere edulcorate e ai toni innocui, aggraziati, solitamente collegati al mondo delle fiabe; ha scelto, invece, di andare a scavare nel profondo, nei terrori e negli orrori più perturbanti, in ritualità misteriose ed arcaiche, nei miti primordiali spesso sanguinari, violenti, nascosti sotto la superficie del racconto fiabesco. In più, per Graziano Gregori (creatore di scene, personaggi, maschere) e per Maria Grazia Cipriani (regista e curatrice della scrittura), la fiaba sembra diventare il contenitore simbolico ideale per tensioni stridenti e incubi allucinati, strazi ed angosce sovrumane, ossessioni visionarie e terribili. Sul palco di Bella e la Bestia il Teatro Del Carretto dispiega al meglio il suo scioccante, cupo, spettacolare effettismo: tra sommovimenti tellurici, immagini ai limiti dell’ horror fragori di tempesta e di ruggiti ferini che assordano le orecchie, oltre a crudezze e ad atrocità varie quali il cavallo fatto a pezzi e divorato dalla Bestia con adeguata dose di sangue e di interiora. Suggestioni intense, comunque, si susseguono, tenebrose e avvolgenti, capaci di affascinare  o magari di sconvolgere. Già l’inizio, inquietante, colpisce: un personaggio androgino metà umano metà caprino coccola, forse allatta un neonato, introducendo quella dimensione di commistione e confusione tra umano ed animale che è alla base di questa fiaba. Pian piano, rispetto alla sequela di atrocità di scene impressionanti, prevalgono piuttosto spasimi di dolore e di drammaticità lancinanti, quasi insostenibili, oppure riaffiora in maniera nuova, come più concreta, corposa, la poesia fatata e toccante delle fiabe, Sino al finale, commovente e felice, anche se ambiguo, in cui la danza di gioia del Padre sottolinea quella componente popolaresca che pure è importante. Notevole, rispetto ad altri lavori del Carretto (tornato ai suoi livelli più alti), il contributo degli attori, a cominciare dalla sensibile, quasi spirituale Bella di Elsa Bossi e dal tragicissimo Padre di Marchello Prayer, ma non facile, e svolto bene, è anche il compito vocale di Pietro Conversano (la Bestia). Ok anche le quattro caricaturali, feroci “sorelle”.

Bella e la bestia- L'Espresso

Rita Cirio

Non ci sono né Walt Disney né Vladimir Propp come numi tutelari della trascrizione scenica che il Teatro Del Carretto di Lucca ha operato su una delle fiabe più famose di tutti i tempi, la Bella e la Bestia. Semmai Freud, per le implicazioni psicanalitiche e Jung per le simbologie che lo spettacolo di Maria Grazia Cipriani e Graziano Gregori mette in scena: la sessualità animalesca incarnata nella Bestia, attraverso l’amore si trasforma, si umanizza e si dà delle regole e dei vincoli attraverso il matrimonio con Bella. Trasformazioni e metamorfosi sono tema ricorrente negli spettacoli del Teatro Del Carretto; qui le sorellastre di Bella si sdoppiano da ragazze di bordello tra Belle Epoque e anni Trenta in una coppia di travestiti dal cranio rasato e seni di lattice e la Bestia nel finale diventa uomo e consacra questo passaggio in nozze campestri che ricordano certe feste popolari e rurali toscane. Tra le macchine, meno protagoniste che in altri spettacoli del gruppo, l’ingegnoso cavallo che si impenna con l’attore in groppa e si smembra per soddisfare la fame animalesca della Bestia; che con la sua testa calva e fornita di piccole corna ricorda un personaggio dei fumetti americani, “Dare Devil”, ma anche certi mostrini di Bosch, in un sapiente connubio tra cultura popolare e cultura “alta”. E ritorna la grande sapienza artigianale del gruppo del Carretto nel proporre un teatro che si affida alla magia dell’immagine e di macchinerei sorprendenti, esempio di come anche il teatro possa esibire dei suoi effetti speciali senza rincorso alcuno al digitale, ma alla tradizione e all’intelligenza creativa. Difficile per gli attori competere con le immagini e il “meraviglioso” delle macchine: si trasformano in automates dalla vocalità e gestualità volutamente artificiosa e dai tempi dilatati. Come i ritmi di questo spettacolo ipnotico e affascinante.   

Bella e la bestia- HYSTRIO

Renzia D'IncĂ 

Fiaba dalle molte implicazioni interpretative e analitiche  Bella e la Bestia è l’ultima di una serie di storie esemplari, fortemente evocativa, divenute nel corso degli anni territorio di ricerca sul quale si sono confrontati la regista Maria Grazia Cipriani e lo scenografo Graziano Gregori, anime storiche del gruppo del Teatro Del Carretto. Anche in Bella e la Bestia sono presenti macchinerei, automi, effetti sonori e coreografici, che hanno reso famosa e unica nel suo genere la compagnia, ma questa volta è dato maggior spazio al corpo e alla voce degli attori, espandendo quegli aspetti fortemente fantasmatici presenti nel tessuto narrativo della fiaba. L’aspetto orrorifico, incarnato dalla figura centrale della Bestia, assume già di per sé quei caratteri di epica fascinazione simbolica: su di lui è costruito il tema-chiave della fiaba che, però, nell’ideazione della compagnia Del Carretto sembra quasi stemperare quel ruolo-feticcio del diverso, dell’emarginato, che faceva spostare il senso della lettura della favola sul rapporto fra normalità e mostruosità. La regista sembra aver voluto giocare con i risvolti più propriamente erotici, quasi che la scoperta da parte della bella fanciulla del suo carnefice orrendo si rivelasse un’iniziazione alla sessualità. La scena della vestizione nuziale della fanciulla sembra far propendere per questa possibilità. La trama risulta chiara e abbondantemente saccheggiata dal repertorio della compagnia fra oggetti di scena come pupazzi, maschere, attori en travesti, pedana rotante, registri tonali ed effetti musicali e sonori fra Walt Disney, primitivismo naturalista di forte suggestione, passaggi sincopati fra il grottesco e il mélo. Splendido il cavallo-automa con testa e arti mobili dal calco di Fidia come splendida è la scena del suo sbranamento da parte del mostro. Bestia, che è zoppo e brutto come può esserlo solo il Diavolo non cerca altro che l’amore di Bella, la lontananza della quale lo rende malato e moribondo. E come in tutte le belle favole solo l’amore lo salverà guarendolo dalla solitudine e trasformandolo da bestia in uomo, bellissimo. Bene gli attori della compagnia , che ancora una volta sono riusciti ad entrare in quello spirito ancestrale di metamorfosi in cui sempre si è mossa la poetica della regista e dello scenografo. Uomini e natura, oggetti animati ed inanimati ancora una volta, in Bella e la Bestia, riescono a convivere confondendosi in un ordito comune dove tutto è in sintonia.

Bella e la bestia- Il Giornale

Laura Novelli

Andare alle radici dell’uomo. Recuperarne le pulsioni primarie per scioglierle in immagini di grande forza visionaria. Racconta la favola dell’eterno contrasto tra bene e male, ragione e istinto, realtà e inconscio, amore e odio “Bella e la Bestia”, ultimo lavoro della Compagnia del Carretto in scena fino a domenica 19 al Valle. Una favola di corpi mutanti e metamorfosi dove da un lato si recuperano detriti e suggestioni di precedenti spettacoli e, dall’altro, si accentua ancora più quello stile visivo che appartiene da sempre alla Compagnia. Non è un caso, d’altronde, che a 17 anni di distanza dal loro primo lavoro, dedicato alla “Biancaneve” dei Fratelli Grimm, questi teatranti toscani molto noti all’estero tornino a regalarci una fiaba. E ci tornino in grande stile, puntellando la narrazione scenica di riferimenti a temi archetipici. Perché in fondo alla storia della povera Bella, che a causa di una rosa finisce prigioniera di un mostro cui è concesso di tornare “bello e buono” proprio grazie alla forza dell’amore della fanciulla, altro non rappresenta che la parabola/simbolo dell’esistenza umana. Quella parabola dove trovano posto, in un geometrico intreccio di positivo e negativo, passioni e tensioni contrastanti. Vuoto, nero e profondo è lo spazio entro cui agiscono coreografie di corpi, sapienti giochi di luce, precisi disegni scenografici, mentre musica, voci sommesse, versi di animali, battiti cardiaci e nenie accompagnano la vicenda. Già nella prima inquadratura, laddove una balia/uomo con testa di ariete allatta un neonato in fasce, gli slittamenti tra piano animale e piano umano sono evidenti. Proseguono poi nelle visioni successive, facendosi sempre più grotteschi, violenti, necessari. Al centro del palco una pedana in legno circolare su ci su cui si erge impetuoso un cavallo: siamo nella campagna arancione che ospita Bella (Elsa Bossi), suo padre (Marcello Prayer) e due malefiche sorelle. Intorno non c’è altro. Solo un’altra fiaba infantile che narra di un usignolo e di una rosa. Solo l’umiltà della protagonista contrapposta all’irruente carica eversiva delle sorelle: turco marcato, reggicalze osè, canzoni anni ’40 colorano in termini espressionistici l’invidia di queste figure per le quali la regista Maria Grazia Cipriani immagina un doppio androgino con seni in lattice, testa calva e abito rosso. Finiranno raggelate dentro un’enorme statua/vestito. Un vestito, infatti, è il dono che chiedono al padre. Bella chiede invece solo una rosa. Ma quella rosa segna la sua condanna: sarà recisa nel giardino proibito di un mostro “mezzo uomo e mezza bestia” (Pietro Conversano) che, irato, sbranerà il cavallo, farà prigioniero il padre e poi terrà reclusa nel suo palazzo la fragile fanciulla bersagliandola di profferte d’amore. La seconda parte coincide con l’incontro tra Bella e la Bestia. Incontro di ingenuità e peccato, purezza e colpa, armonia e disarmonia che si dipana  - forse un po’ troppo lentamente – in immagini di estremo nitore. Fino al catartico epilogo: assentatesi per una breve visita al padre, Bella ritorna al castello e salva il mostro dalla morte permettendogli di recuperare la bellezza e la bontà di un tempo. L’ultima e definitiva metamorfosi è dunque compiuta. Istinto e razionalità, bene e male trovano (forse) una via di possibile conciliazione. Che dà senso alla favola senza togliere ambiguità alla vita.  

Bella e la bestia- Prima Fila

Andrea Nanni

Dopo essersi avvicinato alla lettura mitteleuropea più visionaria con una calligrafica elaborazione della Metamorfosi di Kafka e alla tragedia greca con Le troiane di Euripide, il Teatro Del Carretto torna a immergersi nel mondo della fiaba da cui ha preso le mosse nel 1983 con Biancaneve. Per questo ritorno alle origini la formazione lucchese diretta da Maria Grazia Cipriani ha scelto Bella e la Bestia, storia crudele ed emblematica nel tratteggiare la lotta tra razionale e irrazionale, tema archetipo già al centro di una folgorante messinscena dello shakespeariano Sogno di una notte di mezza estate realizzato dal gruppo dieci anni fa. Con la consueta complicità di Graziano Gregori (per il quale la definizione di scenografo e costumista appare decisamente riduttiva, data la centralià del suo apporto in una creazione che privilegia l’elemento visivo come strumento di comunicazione tra palcoscenico e platea), la Cipriani riporta l’intreccio fiabesco in un clima arcaico che affonda nel mito più oscuro. Dimenticate le rassicuranti atmosfere disneyane, questa versione di Bella e la Bestia si protende pericolosamente sugli abissi dell’Es, tra mostruose creature metamorfiche e trasfigurazioni oniriche di chiara matrice sadomasochista. Il motivo dell’amante-animale, sublimato nell’iconografia cattolica nella figura dell’angelo, s’impone nello spettacolo del Teatro Del Carretto con la violenza pagana di un incubo che infetta chi lo sogna. Non a caso il convenzionale “lieto fine” – secondo il quale Bella libera con il suo amore il principe trasformato per incantesimo in una fiera spaventosa e poi lo sposa – assume qui una sfumatura inquietante, con i due novelli sposi che si allontanano in un’atmosfera da festa paesana incrinata da un’evidente alterazione del passo di Bella, quasi che la fanciulla fosse rimasta contaminata dal contatto con la Bestia. E se il finale rimane aperto a ulteriori mutazioni che potrebbero alimentare un sequel horror, l’intera vicenda risulta annegata in un’oscurità densa e vischiosa, lacerata da visioni in cui il sapore arcano di una fata dalla testa di capra si mescola al tratto espressionista che accomuna le due sorelle cattive, drag queen  con cranio rasato, grandi seni in lattice e stivaletti di pelle rossa con tacco a rocchetto. Perfino il padre di Bella, ora quasi pietrificato in un monumento equestre ora a torso nudo con in mano la rosa rossa chiestagli dalla figlia, passa dal torpore dell’immobilità a una motilità appassionata che suggerisce legami sotterranei con la figura del principe stregato. Quasi che l’orrore del padre, sorpreso dalla Bestia nel momento in cui coglie la fatidica rosa, altro non sia che l’orrore di chi si trova faccia a faccia con il proprio lato oscuro. Tra attese inquiete e feroci esplosioni di violenza, sospensioni liriche e fremiti di ripulsa, la partitura scenica incanta per l’ardimentosa visionarietà dispiegata da Gregori in uno spazio circolare – forse il fondo di un pozzo – in cui gli specchi riflettono ciò che non si vede e l’orizzonte si anima di riflessi d’incubo raggiungendo momenti di dolente e grandioso lirismo come l’apparizione della Bestia morente sospesa nel vuoto a un enorme stelo di rosa. Ma se le immagini sono da sempre l’elemento portante nel linguaggio del Teatro Del Carretto, Bella e la Bestia rivela una crescita della compagnia anche sul versante della gestione della parola. Accanto alla voce narrante di Maria Grazia Cipriani, Elsa Bossi nei panni di Bella, Pietro Conversano in quelli della Bestia, Marcello Prayer in quelli del Padre e Elena Nenè Barini , Gigliola Fuiano, Giacomo Pecchia e Giacomo Vezzani in quelli – fiammanti – delle perfide sorelle ben sostengono i brani testuali scelti dalla regista per tracciare la parabola di un amore in cui s’intrecciano salvezza e dannazione.   

Bella e la bestia-La Repubblica

Franco Quadri

Come accade nelle fiabe che l’hanno reso famoso nel mondo, il Teatro Del Carretto lascia intercorrere, tra una creazione e l’altra lunghe pause di stasi, in cui in realtà continua a presentare il suo repertorio in lontane tournèe; ma ogni volta che si sveglia con una nuova proposta lancia un ruggito. Coni favolisti che spesso inscena ha infatti in comune un senso sviluppato della crudeltà, che rese ad esempio memorabile il suo approccio a Shakespeare nel Sogno di una notte di mezz’estate. Dopo qualche escursione classica e un lungo silenzio, ecco ora un inatteso ritorno al regno delle fiabe, con una sorta ammaliante che ispirò a Cocteau un gran film, Bella e la Bestia, vicenda ricca di allusioni che sfiorano la psicanalisi e la genetica, e rivive splendidamente, galleggiando sull’inconscio, aldilà del tempo, nell’immaginario di Maria Grazia Cipriani e Graziano Gregori, una fata umorale e un mago dell’illusione.

Si apre citando un’altra favola d’autore dove un usignolo si perde per una rosa, raccontata da una balia a una neonata in lacrime: una storia fatale per Bella, che non ha altra mamma che il suo babbo tuttofare. E subito la ritroveremo in un’età che giustifica il suo nome, senza matrigna ma con due sorelle che la deridono come fosse Cenerentola, davanti al padre in partenza il quale, come re Lear, pone le tre figlie alla prova del desiderio, non per un trono ma per il regale che si aspettano dal suo viaggio: e se alle sorelle tutte nude bastano dei vestiti, Bella nel gelo invernale chiederà quella rosa rossa sognata da piccina. Da qui la vicenda, nello scavo del Carretto, continua a infiorarsi di riferimenti e salti analogici: la traversata del padre su un febbrile cavallo meccanico è il contatto con la natura, il roseto che arde sullo sfondo della scena vuota scopre bibliche rivelazioni, la rosa da lui colta da terra è forse un pezzo di carne che sveglia il mostro come i morsi di Hansel e Gretel alla casa di marzapane facevano scattare la strega. Ma è un mostro quella figura zoppicante di cui ci sfugge il volto ma non la fulgida bellezza del corpo? E subito comunque un’alternativa al padre, da lui messo a morte se non gli cede la figlia già mitizzata, che prima di sacrificarsi come Alceste vedremo delineare dei legami di coppia con lui appena tornato, mentre le due sorelle raddoppiano le loro identità davanti a due specchi, da streghino in vesti rosse a calvi androgini che spupazzano due pretendenti. In realtà è la continua metamorfosi della creazione a snodarcisi di fronte nella morbosa cura con cui la regista muove i personaggi straniti da dolci carillon e atroci rumori tra le visioni attraenti e terribili della natura. A rappresentarla in un contorno di magiche sorprese è un bruto moltiplicato dagli specchi con una testa faunesca o liscia ma ferita, tenero quando ritrova nella poesia dell’usignolo e della rosa una canzone in comune con la ragazza, ma subito mutato da un suo rifiuto in divoratore di carni sanguinolente tra stridori di ossa. Suscita terrore e sorrisi la tipologia dell’orco e Bella, sola nella foresta e intatta nell’abito da sposa, ne rimane ostaggio: il suo masochismo la rimbalza tra il padre esanime per nostalgia e la bestia appesa a un ramo per l’abbandono, per essere però raggiunta dal bacio che scioglie l’incantesimo e, coniugando morte e amore, dà alla fanciulla un principe in un panorama domato. C’era una volta il Carretto assetato di capolavori dall’astinenza creativa, che prende un racconto elementare per restituirci un gioco metaforico sull’ambiguità della vita proiettandoci nel sogno di una scena vuota continuamente reinventata da stupefacenti sorprese caduche, animate da attori abilmente addestrati a sdoppiarsi e a giocare coi ritmi, dall’ormai esperta Elsa Bossi al mutante Pietro Conversano, a Marchello Prayer, Elena Nenè Barini, Gigliola Fuiano, Giacomo Pecchia, Giacomo Vezzani,. Ed è ancora una giostra memorabile di emozioni che ridà un senso al teatro.